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Alimenti esposti all'aperto: è reato il cattivo stato di conservazione

Alimenti esposti all'aperto: è reato il cattivo stato di conservazione - Alimentarius

Cassazione penale, sez. III, sentenza 10.02.2014 n° 6108

 (Cassazione penale , sez. III, sentenza 10.02.2014 n° 6108)

Capita non di rado di passare innanzi ad una rivendita ortofrutticola e vedere i prodotti esposti fuori dal locale commerciale, magari su dei banchi di legno. Anzi, prima dell’avvento del fenomeno “ipermercato”, era quasi una consuetudine che i prodotti (anche non solo ortofrutticoli) venissero esposti onde presentare ai consumatori la propria merce e qualità.

Orbene, passano i tempi e ciò che era consuetudine e prassi è diventato oggi REATO.

La Suprema Corte di Cassazione (sent. del 10 febbraio 2014), nel prendere in esame pertanto questioni di natura alimentare, raggiunge la conclusione di dover confermare la condanna al singolo rivenditore che pone in vendita la propria merce - o parte di essa - all’aperto, esposta quindi alla circolazione dei veicoli e conseguentemente agli agenti atmosferici inquinanti.

Come sopra detto, pur essendo una pratica abitudinaria da parte dei rivenditori di prodotti ortofrutticoli, costituisce una violazione alla norma penale esporre ai fini della vendita frutta e verdura sul banco esterno od anche sopra dei carretti o degli automezzi all’aperto; in particolare si fa riferimento all’art. 5, lett. b, della legge 30 aprile 1962, n.283 (tuttora in vigore) la quale interviene in materia di “Disciplina igienica della produzione e vendita di delle sostanze alimentari e delle bevande”. Nello specifico tale norma prescrive che  “… è vietato impiegare nella preparazione di alimenti o bevande, vendere, detenere per vendere o somministrare come mercede ai propri dipendenti, o comunque distribuire per il consumo sostanze alimentari: (lett. b)) … in cattivo stato di conservazione.”

Questa particolare vicenda inizia a seguito di un processo innanzi al Tribunale di Nola, sezione penale, incardinatosi avverso un rivenditore di Pomigliano d’Arco, il quale viene riconosciuto colpevole e  condannato per aver posto in vendita prodotti ortofrutticoli esponendoli, come per l’appunto accade, all’interno delle note cassette di legno in luogo aperto, sottoposte quindi agli agenti atmosferici ed inquinanti del locale traffico. La difesa del rivenditore ipotizza una incompleta istruttoria in quanto non era stato predisposto un accertamento tecnico sul reale ed effettivo stato di conservazione dei prodotti ortofrutticoli e quindi di una mancata violazione al dettato normativo. Ma, la Suprema Corte ha considerato già di per sé reato la sola esposizione di frutta e verdura all’aperto, in quanto con ciò messa in atto una condotta potenzialmente idonea ad alterare lo stato di conservazione di frutta e verdura, violando pertanto il citato art. 5, lett. b), della legge 283/1962. Ora, senza voler entrare in un discorso piu propriamente tecnico-giuridico circa la pronuncia del Giudice del Tribunale di Nola poi confermata dalla Suprema Corte, occorre evidenziare come i Giudici, sul presupposto di un’evidente corrispondenza tra la condotta del rivenditore esaminata e la fattispecie prevista dalla norma (cioè il fatto astrattamente postulato dal Legislatore) abbiano valutato negativamente l’azione del rivenditore, considerando “cattivo stato di conservazione” anche la vendita all’aperto di frutta e verdura, esposta agli agenti inquinanti ed atmosferici.

In effetti, affinché si abbia una violazione al dettato normativo in esame (art. 5, lett. b), necessita un’attenta valutazione circa le modalità di conservazione delle sostanze alimentari, elemento questo già di per sé sufficiente ad integrare l'ipotesi di reato nel caso di una irregolare tenuta; non occorre pertanto un accertamento relativo alla commestibilità intrinseca del prodotto esposto per la vendita, bensì sulle modalità estrinseche di conservazione del prodotto, le quali devono uniformarsi alle prescrizioni normative se sussistenti oppure alle regole di comune esperienza.

Resta soltanto il dubbio se occorra considerare quale elemento determinante ai fini del cattivo stato la sola esposizione agli agenti inquinanti (nel caso specifico traffico automobilistico); difatti ciò comporterebbe che, ad esempio, l’esposizione della frutta in un piccolo centro di campagna, od in un paesino di montagna  od anche in un centro urbano vietato al traffico automobilistico, ponga quanto meno in dubbio il riconoscimento di una responsabilità penale a carico del rivenditore.  

Per i più curiosi, s’allega copia della sentenza della Suprema Corte di Cassazione:

 

 SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III PENALE

Sentenza 17 gennaio - 10 febbraio 2014, n. 6108

(Presidente Teresi – Relatore Ramacci)

Ritenuto in fatto

1. Il Tribunale di Noia, in composizione monocratica, con sentenza dell'11.4.2013 ha condannato B.M. alla pena dell'ammenda riconoscendolo colpevole della contravvenzione di cui all'art. 5, lett. b) della legge 283/1962, per aver detenuto per la vendita 3 cassette di verdure di vario tipo in cattivo stato di conservazione (in Pomigliano d'Arco, 29.3.2009).

Avverso tale pronuncia il predetto propone ricorso per cassazione.

2. Con un unico motivo di ricorso deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione, lamentando che il giudice del merito sarebbe pervenuto all'affermazione di penale responsabilità sulla base di una motivazione meramente apparente, valorizzando la sola collocazione all'aperto degli alimenti, ritenuti esposti agli agenti atmosferici e senza considerare la presenza di segni evidenti della cattiva conservazione o l'inosservanza di particolari prescrizioni finalizzate alla preservazione delle sostanze alimentari. Insiste, pertanto, per l'accoglimento del ricorso.

Considerato in diritto

3. Il ricorso è infondato.

Come è noto, la contravvenzione in esame vieta l'impiego nella produzione, la vendita, la detenzione per la vendita, la somministrazione, o comunque la distribuzione per il consumo, di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione. Secondo le Sezioni Unite di questa Corte (SS.UU. n. 443, 9 gennaio 2002, citata anche nella sentenza impugnata) si tratta di un reato di danno, perché la disposizione è finalizzata non tanto a prevenire mutazioni che nelle altre parti dell'art. 5 legge 283/1962 sono prese in considerazione come evento dannoso, quanto, piuttosto, a perseguire un autonomo fine di benessere, assicurando una protezione immediata all'interesse del consumatore affinché il prodotto giunga al consumo con le cure igieniche imposte dalla sua natura. Conseguentemente, si è escluso che la contravvenzione si inserisca nella previsione di una progressione criminosa che contempla fatti gradualmente più gravi in relazione alle successive lettere indicate dall'art. 5, perché, rispetto ad essi, è figura autonoma di reato, cosicché, ove ne ricorrano le condizioni, può anche configurarsi il concorso (in senso conforme, Sez. III n. 35234, 21 settembre 2007; difforme Sez. III n. 2649, 27 gennaio 2004). Le Sezioni Unite, sempre nella decisione in precedenza richiamata, hanno anche precisato che, ai fini della configurabilità del reato, non vi è la necessità di un cattivo stato di conservazione riferito alle caratteristiche intrinseche delle sostanze alimentari, essendo sufficiente che esso concerna le modalità estrinseche con cui si realizza, che devono uniformarsi alle prescrizioni normative, se sussistenti, ovvero, in caso contrario, a regole di comune esperienza (conf. Sez. III n. 15094, 20 aprile 2010; Sez. III n. 35234, 21 settembre 2007, cit.; Sez. III n. 26108, 10 giugno 2004; Sez. III n.123124, 24 marzo 2003; Sez. IV n. 38513, 18 novembre 2002; Sez. III n. 37568, 8 novembre 2002; Sez. III n. 5, 3 gennaio 2002). Conformandosi al primo dei principi appena ricordati, altra pronuncia (Sez. III n. 35828, 2 settembre 2004) ha successivamente chiarito che la natura di reato di danno attribuita dalle Sezioni Unite alla contravvenzione in esame non richiede la produzione di un danno alla salute, poiché l'interesse protetto dalla norma è quello del rispetto del cd. ordine alimentare, volto ad assicurare al consumatore che la sostanza alimentare giunga al consumo con le garanzie igieniche imposte per la sua natura.

Si è inoltre affermato che è comunque necessario accertare che le modalità di conservazione siano in concreto idonee a determinare il pericolo di un danno o deterioramento delle sostanze (Sez. III n. 439, 11 gennaio 2012; Sez. III n. 15049, 13 aprile 2007) escludendo, tuttavia, la necessità di analisi di laboratorio o perizie, ben potendo il giudice di merito considerare altri elementi di prova, come le testimonianze di soggetti addetti alla vigilanza, quando lo stato di cattiva conservazione sia palese e, pertanto, rilevabile da una semplice ispezione (Sez. III n. 35234, 21 settembre 2007, cit.) ed affermando che il cattivo stato di conservazione dell'alimento può assumere rilievo anche per il solo fatto dell'obiettivo insudiciamento della sola confezione, conseguente alla sua custodia in locali sporchi e quindi igienicamente inidonei alla conservazione (Sez. III n. 9477, 10 marzo 2005) ed è configurabile anche nel caso di detenzione in condizioni igieniche precarie (Sez. III n. 41074, 11 novembre 2011).

4. Considerati tali principi, che il Collegio condivide pienamente, deve rilevarsi che, nella fattispecie, ad un corretto richiamo della giurisprudenza delle Sezioni Unite, il giudice del merito ha fatto seguire l'altrettanto corretta affermazione secondo la quale la messa in commercio di frutta all'aperto ed esposta agli agenti inquinanti costituisca una violazione dell'obbligo di assicurare l'idonea conservazione delle sostanze alimentari e rispettare l'osservanza di disposizioni specifiche integrative del precetto. Il giudice fonda il proprio convincimento in base a quanto riferito dal teste escusso, il quale ha evidenziato che tre cassette di verdura erano esposte all'aperto e, pertanto, a contatto con agenti atmosferici e gas di scarico dei veicoli in transito. Tale diretto accertamento da parte della polizia giudiziaria risulta del tutto sufficiente a giustificare l'affermazione di penale responsabilità, evidenziando una situazione di fatto certamente rilevante a tal fine la cui sussistenza risulta peraltro confermata dallo stesso ricorrente, laddove, nell'atto di impugnazione (pag. 2 del ricorso), si riconosce che la verdura era esposta per la vendita sul marciapiede antistante l'esercizio commerciale.

5. Il ricorso deve pertanto essere rigettato, con le consequenziali statuizioni indicate in dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

 

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